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- Relazione all’assemblea del Comitato Dante Alighieri di Verona

Relazione all'assemblea del Comitato Dante Alighieri di Verona
(Chiostro di S. Zeno, aula Giorgio Zanotto, 9 giugno 2011)

Desidero anzitutto ringraziare l'Abate di S. Zeno, Mons. Gianni Ballarini, per averci fatto dono della sua ospitalità. Ci ha accolto nel chiostro della Basilica, in questo spazio di antiche memorie, di suggestioni spirituali, di emozioni artistiche. Da sempre, ogni suo angolo anima la storia di Verona. È la Chiesa del patrono spirituale della nostra comunità, quel Santo Vescovo Zeno che, unitamente a Cangrande della Scala che ospitò il "ghibellin fuggiasco", fa della nostra città una culla di umanesimo nella quale, chi giunge da altri luoghi sente respirare, con la storia, la disponibilità cortese, l'accoglienza, la parlata mai pedante e sempre soffusa di sottile ironia, fino a quel ciacolar poetico di Barbarani, autore sempre all'ordine del giorno di chi, in quei versi, vuol ritrovar sé stesso.

Dopo questa cartolina di Verona, sento l'obbligo di esprimere un sincero ringraziamento all'assemblea dei partecipanti cui va, a ciascuno, il mio sincero appello, che sono certo ne rispecchia le intenzioni e i desideri, di una partecipazione sempre più generosa e impegnata, puntuale e critica. Solo così il Comitato Dante Alighieri della nostra città potrà concorrere a dare sempre più qualità di pensiero, testimonianza di virtù civili, di coscienza critica, di proposte indirizzate ai bisogni sociali, di cultura e di sviluppo.

Non dimentico, certo, chi mi ha preceduto dedicando tempo, intelligenza e passione al Comitato Dante Alighieri di Verona, persone da tutti apprezzate per la loro storia nel campo economico-manageriale e in quello della cultura umanistica ereditata da un grande padre. Poche parole ma grande riconoscenza per Giannantonio Bresciani che, lontano dai confini del nostro paese, ha ben rappresentato il meglio dell'industria italiana, e per Laura Pighi che, in Italia e all'estero, ha percorso un grande itinerario culturale.

 

Significato dell'incontro

Il 5 marzo scorso, subito dopo la mia elezione, ebbi modo di esprimere l'impegno e il desiderio di rivederci prima dell'inizio dell'estate, per iniziare a ragionare insieme intorno al programma che orienterà il nostro lavoro nei prossimi anni.

Tutti noi abbiamo consapevolezza di non partire da zero: l'iniziativa e l'intelligenza di chi ci ha preceduto fa sì che possiamo salire su un treno confortevole e ben collaudato. Il cui percorso é arricchito da eventi e manifestazioni che: prendono in esame i problemi della nostra lingua sotto diversi aspetti (per esempio, "L'italiano: quale?", "Nuove forme della narrativa", ecc.); promuovono la cultura italiana sotto molteplici profili ( "Musica e appuntamenti", "Sulle orme del Sanmicheli", "Costituzione e costituzioni", "Giorgione e la scoperta del Paesaggio", e così via); suscitano un'attenzione forte all'ambiente ("Ambiente e natura", "La scoperta del paesaggio: natura arte e città" e molto altro); o che animano l'interesse sulle tematiche di carattere storico (mi riferisco fra l'altro al ricco e raffinato programma per le celebrazione del 150° anniversario dell'Unità d'Italia).

Assai pregevole, altresì, la traccia individuata per l'annuale appuntamento della Giornata della Dante: "Dante radice della cultura europea"; un cammino che va ulteriormente esplorato per far emergere quanto l'opera di Dante abbia orientato la cultura europea.

Le rubriche, i seminari, le specifiche iniziative menzionate - soltanto una parte del patrimonio costruito nelle precedenti gestioni sopra ricordate - rappresentano, dunque, la preziosa eredità dalla quale partire.

 

Torniamo a indovinare la via

A me sembra che l'individuazione dell'ulteriore cammino da compiere, possa prender le mosse dalla considerazione che da oltre un quindicennio il mondo sta vivendo una macro-transizione. Per la prima volta nella storia, le conseguenze di una rivoluzione tecnologica si rivoltano sulla stessa generazione che l'ha realizzata. L'organizzazione sociale, la psiche umana, le istituzioni e i rapporti sociali, non erano preparati alla velocità e alla intensità dei cambiamenti che sarebbero avvenuti.

L'analisi dei rapporti di potere che modellano e determinano il mondo contemporaneo è sempre più complessa: tutti siamo consapevoli della necessità di un nuovo ordine mondiale che, tuttavia, fatica a prendere forma.

L'umanità ha trascorso la sua vita alla ricerca di sicurezza e di incremento di speranza per il domani. Oggi raccoglie i frutti amari della mancanza di speranza, del disincanto, dell'assenza di sogni e di utopie. "Tutti ci stiamo muovendo, - qualcuno ha detto - come fossimo formiche in un formicaio distrutto da una potente bomba".

Tutti i mezzi scientifici e tecnologici per risolvere i grandi mali, come la fame e le malattie endemiche, sono a nostra disposizione, mentre una delle caratteristiche strutturali del nostro tempo, è la sconvolgente disparità di accesso alle opportunità tra continenti, tra paesi, tra persone: su scala mondiale la povertà è la regola, il benessere l'eccezione.

Mai come in questi ultimi tempi le nostre certezze sono divenute deboli e inconsistenti. Abbiamo perso la bussola come individui e come cittadini: siamo in cerca di orientamento.

Diventiamo sempre più consapevoli della mancanza di credibilità delle promesse dell'età moderna. La pesante crisi economico-finanziaria ha lasciato alle spalle un'onda lunga di crisi sociale: l'aumento delle concentrazioni della ricchezza e la diffusione delle povertà alimentano la conflittualità. La fiducia in un mondo in cui ha senso vivere viene meno.

Sulla base di queste sintetiche e insufficienti considerazioni, vorrei sottoporre alla vostra attenzione alcuni argomenti che potranno essere modificati, integrati, sostituiti dal risultato del dibattito, tra soci e amici simpatizzanti, che principia questo pomeriggio all'ombra del campanile di S. Zeno, per compiersi in una successiva assemblea che avrà luogo nel mese di settembre.

Le proposte che vado brevemente ad illustrare si articolano in alcuni "seminari" che, con il sussidio di personalità della cultura veronese e nazionale, ne approfondiranno le tematiche.

Per questo esordio, confortato anche da recenti letture, non ho preparato ipotesi di risposte alle sollecitazioni meditate, quanto piuttosto mi sono lasciato investire da interrogativi su questioni che, mi sembra, sfuggano all'interesse comune per trovare accoglienza in circoscritte élite di pensiero.

Cinque sono i seminari immaginati:

  • Il peso dei padri, cosa significa ereditare il passato
  • Umanesimo e post-modernità
  • La città globale
  • Risorgimento e Resistenza
  • Mediterraneo - Italia - Europa

Il peso dei padri, cosa significa ereditare il passato

Il primo tema nasce dalle suggestioni provocatemi da Massimo Cacciari. Un suo recente articolo, Il peso dei padri, cosa significa ereditare il passato, "La Repubblica" (mercoledì 4 maggio 2011), inizia rifacendosi alla lettera di S. Paolo ai Romani (8, 17): "Se siamo figli, siamo anche eredi, eredi: di Dio, coeredi di Cristo". Ma il Figlio, sa rivolgersi al Padre, sa liberamente fare ritorno a lui, soltanto allora eredita […] Erede, quindi, sarà colui che riconosce in sé, come costitutivo del proprio sé, la relazione con il Padre e cerca di esprimerla in tutta la sua tremenda difficoltà […]. Dunque, può ereditare solo chi si scopre orbus, horphanos […] Nulla, forse, ci è più estraneo di questa idea di eredità. Per quanto essa possa essere balenata nell'umanesimo più filosoficamente e teologicamente audace, i grandi figli della modernità non si riconoscono più come veri eredi. L'eroico idealismo della nuova scienza e della nuova filosofia è dominato da Homines novi, in base a ciò che essi hanno scelto di essere"

Mi domando se sono confinato nell'antico credo, nell'antica cultura, nell'antico umanesimo per consolarmi nella memoria del tempo che fu: più che vivere, mi trovo come fuori posto, non più un soggetto che ha ancora possibilità di scelte, ma obbligato ad essere funzionale alla scienza e alla tecnica, alla finanza, al consumismo, al potere mediatico: non vivere ma essere vissuto.

 

Umanesimo e post-modernità

"Il peso dei padri" rinvia al secondo seminario: "Umanesimo e post-modernità". Non vorrei essere tedioso con l'aria un po' presuntuosa di chi impone alla vostra attenzione un itinerario che sembra fuggire al concreto dramma umano, prigioniero di una crisi economica e sociale che sembra non trovare rapide vie d'uscita. La riflessione, mi pare, debba volgere, con passione e volontà, alla ricerca per riproporre un dialogo tra quelle che un tempo si chiamavano le due culture: quella umanistica e quella scientifica. Dialogo la cui premessa è un atteggiamento di devoto ascolto, eliminando, come afferma Pascal nei "Pensieri", due eccessi: "escludere la ragione e non ammettere che la ragione".

Claudio Magris, sul "Corriere della sera" (martedì 31 maggio 2011), con l'articolo Abbiamo ancora bisogno di scienziati umanisti, ricorda Arturo Falaschi, uomo delle due culture. Il grande biologo molecolare e genetista, scomparso improvvisamente il 1 giugno dello scorso anno: "Aperto all'universale delle cose, allo stesso tempo si dedicava da protagonista, con la specializzazione rigorosa senza la quale non v'è scienza né conoscenza, alle discipline più ricche di promesse e più inquietanti della nostra epoca. Fu cattedratico delle più importanti università, quali l'università del Wisconsin, quella di Stanford, di Pavia, della normale di Pisa, fu membro del CNL e di molte altre cose".

Arturo Falaschi meriterebbe un'approfondita conoscenza perché non è facile trovare un umanista la cui cultura, nell'organica armonia tra ciò che si sa, ciò in cui si crede e ciò che si è, fornisce un orizzonte di ampiezza incommensurabile; un orizzonte che va dalla letteratura, lontana nel tempo e nello spazio, alla filosofia, alla poesia, alla matematica, alla medicina, alla politica, con l'umiltà, la disponibilità e la prossimità riportata da chi lo frequentava, "sia collega, sia allievo, sia compagno di gita sul Carso triestino o nel giardino della sua casa in Borgogna, allorché si metteva a spaccare legna o preparare il fuoco per la cena".

Può esser considerato, Arturo Falaschi (Roma 1933, Monopoli in val d'Arno 2010), padre con altri padri da collocare nel Pantheon da cui ereditare? Mi domando se la sua memoria possa segnare l'itinerario del seminario che affronta il tema coltivato, sperimentato e testimoniato dalla sua vita.

 

La città globale

Nel terzo seminario, "La città globale", l'aggettivo che accompagna la città, la definisce: aperta al mondo, abitata dal mondo, in un procedere verso una comunità, una, nella quale, tuttavia, le radici della specificità delle genti saranno sempre presenti nella storia.

Nei tempi lunghi, questa specificità parrebbe destinata a non alzare muri di tipo ideologico, culturale, religioso, ma a costruire, nel caleidoscopio delle genti, la prossimità, l'armonia della pluralità come valore di relazioni umane. Non so se questi semi daranno frutto, utopia che mi piace rappresentare con i simboli laici cari all'illuminismo: liberté, égalité, fraternité, aventi anche una matrice evangelica.

Dentro questa prospettiva credo sia possibile anche il confronto tra le culture. Quando saremo capaci di rinunciare a fare le graduatorie stabilendo chi è meglio e chi è peggio, chi deve imparare e chi deve insegnare e accetteremo la nostra provvisorietà, consapevoli delle positività che ciascuno ha da portare e della relatività delle forme concrete che i suoi valori hanno saputo assumere nel corso del tempo, ammetteremo, allora, che l'altro può intraprendere percorsi differenti, pur senza rinunciare a proporgli la nostra esperienza.

L'accettazione delle diversità fa parte delle grandi tradizioni religiose. Ricordo una frase di Tommaso Moro: "Signore dammi la forza di cambiare le cose che posso modificare, e la pazienza di accettare quelle che non posso cambiare".

Il seminario proposto, sarà campo di impegno delle espressioni culturali della città: storia, arte, cultura, urbanistica, economia, questione sociale, tessuto sempre in divenire della solidarietà, una specie di archeologia della storia, in cui il passato è presente.

La prossimità col tempo recente obbliga a tracciare la biografia dei padri: chi più ne ricorda più ne esprima, perché questo è un patrimonio della città che va custodito. Alcuni a me cari: Francesco Viviani, don Chiot, Renato Simoni, Guido Gonella, i sindaci buoni Zanotto e Gozzi.

 

Risorgimento e Resistenza

La biografia dei padri dell'unità e quella ancor più prossima della rinascita alla libertà disegna la duplice dimensione del pensiero e dell'azione, della democrazia e della Costituzione, nel contesto della fase storica in cui maturano le condizioni dell'agire: Risorgimento e Resistenza. Non potendo istruire un'enciclopedia che sviluppi più padri possibili, mi pare sufficientemente giustificata la scelta di alcuni protagonisti, quali Cavour e Mazzini, Gramsci e Croce, Sturzo e Spinelli. Con l'ambizione di strappare questi padri dalla memoria elitaria e offrirli alla memoria comune.

Per questo seminario, ho pensato di riferirmi, per la sua cultura storica, analitica e filosofica, all'illustre giornalista, Paolo Mieli: figura di profonda, rigorosa sensibilità, personalità che potrebbe guidarci nel recuperare il profilo delle stagioni delineate.

Ho cercato di far seguire, in maniera armonica, l'itinerario con cui l'esistenza si fa soggetto a partire dai padri di cui gode l'eredità, per affrontare nel tempo l'evolversi del pensiero in tutta l'ampiezza delle sue manifestazioni e per interrogarci sul post-moderno che assume l'imperium, il dominio, dello spazio e del tempo: co-presenti in tutti i punti del pianeta e disponibili alla rivelazione dello spazio cosmico.

Pietro Barcellona, nel suo breve scritto L'epoca del post-umano (ed. Città aperta) parla di questo tempo, che noi chiamiamo post-moderno, come di un tempo post-umano. L'egemonia della scienza e della tecnica traduce l'indefinito - al di là del conosciuto c'è sempre il conoscibile - in infinito: l'uomo della tradizione, della cultura greco-latina, ebraico-cristiana, dell'umanesimo, del rinascimento, dell'illuminismo, è spodestato della sua eredità. È orfano.

È quanto ho ricordato sopra di me stesso: "Mi trovo condannato nel passato, confortato soltanto dalla memoria"; affascinato dalla potenza della ricerca e dai mezzi che essa mi offre, vestito di tutte le disponibilità che la scienza e la tecnica mi propongono, ma col timore di aver smarrito l'essere che sono: l'io.

Questo timore fa nascere sempre gli stessi interrogativi: l'ecumenismo della scienza e della tecnica sarà fondamento decisivo dell'unità della famiglia umana? O ci saranno resti, conservatori e custodi della tradizione? Ci sarà qualche Falaschi che si fa missionario della scienza e dell'umanesimo?

 

Mediterraneo - Italia - Europa

Il quinto seminario, è sull'attualità del Continente Nero, esplosione di una speranza di libertà dalle dittature che hanno dominato, per lungo tempo, e che avrebbero ancora prolungato il dominio se non ci fosse stata la mobilitazione delle giovani generazioni. L'Italia è una terrazza sul Mediterraneo, su un bacino storico di alte tradizioni, di culture coltivate da chi ama ammirare i resti di grandi civiltà, di chi insegna, per vocazione o per consociazione con il passato, per chi scava, con la pazienza degli esploratori, le tracce della provenienza, il percorso, le opere, le immagini, le scritture, i simboli: Sono tutti messaggi consegnati all'umanità, meravigliose testimonianze da cui deriviamo.

Il Continente Nero che si affaccia sul Mediterraneo è entrato nel vortice della rivoluzione. Il potere, forte, solenne invincibile, è terremotato da una forza opposta. Il vento della libertà è di una partita che sembrava improponibile.

Il 48% dei libici sono giovani, il 61% in Egitto, il 74% nello Yemen. L'opinione che mi sono fatto è quella di una realtà generazionale né integralista, né suggestionata da personaggi carismatici, né incrinata, malgrado i frequenti attentati, da dinamitardi col sogno di organizzare il mondo libero sotto l'insegna di una nuova tirannide. Speriamo che questo prezzo di sangue, di fuga, di morti, che fanno del Mediterraneo un cimitero senza alcun atto di pietà, si concluda con una concreta risposta alla domanda di democrazia. Domanda che si è elevata come appello al mondo libero per impegnarlo a condividerne il complesso cammino di un rinascimento non mai sperimentato, non mai iniziato e sperato. Le democrazie del benessere mai hanno imparato a farsi carico del mondo senza libertà.

Ho due richiami della memoria, stimolata dagli avvenimenti di cui ho parlato. Siamo al tempo in cui, in Firenze, l'allora sindaco Giorgio La Pira aveva dato seguito ad un sogno, concretizzandolo con i convegni I dialoghi del Mediterraneo. Egli poneva al centro il dialogo tra le antiche civiltà che si affacciano sullo stesso panorama, come si trattasse del lago di Tiberiade. Ho scritto, spero di dar luogo alla pubblicazione, alcune pagine su questo progetto lapiriano.

L'altro stimolo è suggerito dall'allora presidente della Commissione Europea, Romano Prodi che prospettò di istituire la "Banca del Mediterraneo". Tra i grandi compiti - sviluppare infrastrutture, richiamare capitali anche al di fuori del mediterraneo -, quello di creare sedi universitarie collegate tra Nord e Sud con uguale numero di studenti e docenti delle due sponde e con l'obbligo, da parte degli studenti, di dividere il curriculum tra Nord e Sud. Mi ha negativamente impressionato la circostanza che "anche la Fondazione Anna Lindh, legata alla biblioteca di Alessandria d'Egitto, destinata ad essere il punto di riferimento del dialogo politico, culturale tra i due Continenti, sia stata, inesorabilmente, lasciata languire".

L'Europa è assente, forse prigioniera della pesante crisi economica e impegnata in altre faccende molto gravi che minacciano la sua costituzione unitaria, e non mi riferisco esclusivamente alla pesantissima crisi economico-finanziaria che ha colpito l'Irlanda, il Portogallo, la Grecia. Quale azione potrebbe svolgere l'Italia nella sede europea perché fosse l'Europa tutta insieme la condizione necessaria per affrontare il problema della primavera africana?

Se gli stati europei agiscono in maniera indipendente l'uno dall'altro, il fattore di interesse nazionale avrà la preminenza e le rivolte avranno un altro indirizzo, perché potrebbero soffrire di un neo-colonialismo vestito di assistenza, amicizia e di slancio democratico. Il Continente nero ha esaurito, e da tempo, la sopportazione e l'inganno nella complicità con le dittature di ogni stagione.

Quando ho pensato alla responsabilità del mio mandato, al quale generosamente mi avete chiamato, ho vissuto in maniera riflessiva lo schema proposto. Ho accumulato una serie di interrogativi, cercando guide che mi aiutassero a dare argomentate risposte. Le ho incontrate e le ho raccontate: Ravasi, Zagrebelski, Cacciari, Magris, Mieli, Amato. Col vostro consenso, cercheremo di ospitare queste personalità perché ci diano una mano ad esplorare quanto raccontato.

 

Potenziare gli strumenti

Qualcuno potrebbe osservare che questo mio contributo non sarebbe esaustivo se, dopo l'indicazione degli obiettivi, non prendesse in esame anche gli strumenti attraverso i quali conseguirli. Mi sentirei di concordare con questo giudizio se non avessi ben presente come "il discorso sui mezzi" necessiti di un respiro e di un concreto ampio spazio temporale che oggi non ci è consentito spendere.

Rinviando ad una specifica occasione questa analisi, sin d'ora proverei ad indicare i punti di miglioramento dei nostri strumenti operativi:

  • viviamo in una società mediatizzata, governata e influenzata dai mezzi di comunicazione di massa: se un evento non viene raccontato dai media è come se non fosse mai avvenuto. Rimane nel patrimonio esclusivo di chi l'ha prodotto, non concorre a stimolare, emozionare, fornire orientamento alla comunità: diventa autoreferenziale. Per queste ragioni il primo obiettivo è ripensare il nostro modo di rapportarci con i media:
    • stampa, radio, tv, per diffondere i nostri messaggi alla città e fuori dalle sue mura;
    • il portale: porta d'accesso al mondo della cultura cittadina, integrata tra le differenti centrali che la producono, affinché possa compiersi il passaggio dall'informazione alla fruibilità della cultura;
    • il blog: nuova piazza dell'universo dei giovani, luogo virtuale di incessante dialogo, confronto su ogni avvenimento in ogni angolo del pianeta. La Dante non può diventare la casa dei giovani, nervo scoperto della nostra organizzazione, se non è in grado di interpretarne angosce, incertezze, domanda di futuro.

 

Conclusioni

Quanto più è presente e rappresentativo l'associazionismo, tanto più è forte la coesione e la democrazia di quella comunità: associazionismo garanzia di una società libera e partecipata.

Fare volontariato, come tutto il mondo degli oltre cinquecento Comitati della Dante Alighieri, significa non alzare bandiera bianca, essere ottimisti, ma vuol anche dire essere umili perché si ha consapevolezza che ventimila anni di vita intelligente, forse, sono ancora pochi. Abbiamo bisogno di umiltà e tempo per imparare "il più". Imparare che la nostra identità, memoria del passato, non si affina attraverso il consumo esasperato, ma esige legami di vita con la cultura e i beni simbolici che la sostengono, attraverso la lingua, le emozioni ed i costumi altrui.

È necessario imparare che la partecipazione impegnata nella vita della nostra comunità - nazione, città, gruppo di amici, azione, politica, sociale, economica, culturale - è ciò che definisce la nostra memoria, così essenziale affinché la vita non ci sfugga tra le dita. Soprattutto bisogna imparare che per creare la prospettiva di futuro che dà senso alla nostra vita, è necessario camminare verso l'utopia: questo non-luogo intangibile, ma la cui tangibilità, realizzata nella costruzione di ogni giorno, alimenta e muove il mondo.

Gianni Fontana